Molti scrittori e ce ne sono veramente tanti, ci hanno parlato di viaggio nelle loro opere, anche solo come commento, corollario a una storia di vita, per informare e diffondere idee, usi e costumi…
Mi viene in mente Marco Polo, la cui lettura incide la curiosità e anima il lettore a tuffarsi in mondi lontani, dove l’esotico è meta di sogno, di evasione e punto di arrivo.
Dante invece ci presenta il suo viaggio come catarsi: di natura aristotelica, come rinnovamento escatologico, crescita e pedagogia del nuovo; viaggio di chi ha smarrito la retta via, quella del bene che al buono porta e che tenta di ritrovarlo attraverso un’indagine dentro di sé, attraverso un itinerario provvidenziale, dove la luce dissipa le tenebre della perdizione e conduce verso la salvezza.
“Nel mezzo del cammin di nostra vita…” questo celebre verso viene spesso usato quasi come fosse un modo di dire, un momento esistenziale, che impone alle persone una riflessione significativa, laddove si intraveda la possibilità di una scelta, per raggiungere un miglioramento…
Il viaggio dunque pone una serie di interrogativi che sin dall’antichità, sin dai tempi del mito di Ulisse “viaggiatore simbolico” per antonomasia, ci invitano a riflettere sulle motivazioni intrinseche di questa decisione: i motivi sono i più disparati, mettersi alla prova, soddisfare la sete di conoscenza, sviluppare talenti e abilità fino a quell’attimo sconosciuti, ma anche per superare emozioni come la noia della routine, l’insoddisfazione di luogo e tempo segnati, e qualcuno ha anche azzardato questa nuova prospettiva: e se attraverso l’idea di viaggiare e conoscere altri posti, culture, nazioni, si volesse infine arrivare a conoscere meglio noi stessi?
Di ciò poteva sicuramente dare memoria Primo Levi, un viaggio attraverso la sofferenza e la morte, poi la rinascita al mondo dei vivi per donare testimonianza e monito affinché quel viaggio non si ripeta, affinché lo sterminio atroce di milioni di persone, sia sempre vivido nei pensieri dei posteri perché intraprendano un viaggio verso la vita, verso una meta utile a raggiungere un obiettivo e rifuggano gli orrori delle tenebre.
Altri ancora partono verso l’ignoto…è il caso di Hermann Hesse, che immagina il viaggio come un percorso di crescita interiore, ricco di simboli e significati, dove la maturazione del protagonista si scontra con il destino e i suoi piani vengono sconvolti, come spesso accade, come spesso non ci aspettiamo…
Si potrebbe quasi dire che ciò che ci sembra un arrivo, un punto di approdo, si può rivelare in seguito una nuova occasione di partenza, come ben ci ricorda Ungaretti nel suo porto sepolto, che concerne un luogo sia fisico, ma soprattutto interiore…
Che si parta per restare o per ritornare, il file rouge di questa eterna metafora di vita rimane l’apprendimento, unico focus veramente significativo e di rilievo che emerge da racconti, cronache e conviviali cene con amici, riuniti a raccontarsi esperienze… perché questo davvero importa, arricchirsi dentro per stare bene anche fuori…